Se le prime due fasi della storia del jazz sono state caratterizzate prima dalla nascita di un linguaggio comunitario (a New Orleans e nell’era dello Swing) e poi dalla sua sofisticazione formale (con il Bebop e il Jazz Modale), dagli anni Sessanta in poi il jazz intraprende un viaggio ancora più audace: la rottura definitiva di ogni confine.
In un’epoca segnata da profonde lotte sociali per i diritti civili, trasformazioni tecnologiche e la nascita della cultura pop globale, il jazz ha dimostrato una straordinaria capacità di reinventarsi. Non più relegato a un singolo stile o geografia, è diventato una vera e propria attitudine musicale basata sull’apertura, sull’ascolto e sull’esplorazione.
In questa terza e ultima puntata della nostra guida alla storia del jazz, ripercorreremo gli anni cruciali delle avanguardie degli anni ’60, l’esplosione elettrica della Fusion tra gli anni ’70 e ’80, fino ad arrivare alla vitalità della scena jazz contemporanea.
1. Gli anni Sessanta e il Free Jazz: rompere le regole
Nel corso degli anni Cinquanta il jazz aveva conquistato una solida architettura teorica. Ma verso la fine del decennio, alcuni musicisti iniziarono a chiedersi: cosa succede se eliminiamo del tutto le strutture armoniche predeterminate, i tempi rigidi e le sequenze di accordi?
Nacque così il Free Jazz, una corrente eversiva e radicale che trovò il suo manifesto nell’album Free Jazz: A Collective Improvisation di Ornette Coleman (1960).
Un nuovo concetto di libertà
Nel Free Jazz, l’improvvisazione diventa totale e collettiva:
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La distinzione tra solista e accompagnamento viene spesso annullata.
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La tonalità tradizionale viene superata in favore di una ricerca timbrica pura, fatta di suoni acuti, urli strumentali e poliritmie complesse.
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La musica si carica di una forte componente politica e sociale, diventando la voce del movimento per i diritti civili degli afroamericani (Civil Rights Movement).
Oltre al sassofonista Ornette Coleman, tra i grandi profeti di questa stagione figurano il pianista Cecil Taylor, il polistrumentista Eric Dolphy e il sassofonista Albert Ayler.
2. La ricerca spirituale e la rivoluzione formale di John Coltrane
Un capitolo a sé nella storia del jazz merita la figura di John Coltrane (1926–1967). Sassofonista tenore e soprano tra i più dotati e influenti della storia della musica, “Trane” non è stato soltanto un virtuoso straordinario, ma un vero e proprio ricercatore spirituale che ha trasformato lo studio dello strumento in un cammino di elevazione interiore.
La sua carriera è stata una parabola travolgente di continua evoluzione:
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La fase modale con Miles Davis: Nel sestetto di Miles Davis, Coltrane fu protagonista di capolavori come Kind of Blue (1959). In questo periodo sviluppò la celebre tecnica definita dal critico Ira Gitler “sheets of sound” (“lenzuoli di suono”): una cascata densa, velocissima e ininterrotta di note con cui esplorava ogni piega armonica del brano.
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La ricerca solista e i Coltrane Changes: Con l’album Giant Steps (1960), Coltrane portò l’armonia del jazz moderno al suo punto di massima complessità matematica. Le sue progressioni armoniche (gli storici Coltrane Changes) rappresentano ancora oggi uno dei banchi di prova più difficili e complessi per qualsiasi musicista jazz.
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Il Quintetto/Quartetto Classico e il sax soprano: Negli stessi anni sdoganò il sax soprano nel jazz moderno (con la celeberrima rilettura di My Favorite Things) e diede vita al suo storico Quartetto con il pianista McCoy Tyner, il contrabbassista Jimmy Garrison e il batterista Elvin Jones: una formazione leggendaria, capace di generare un’energia ritmico-armonica di una potenza inaudita.
A Love Supreme: la musica come preghiera
Il culmine di questa ricerca si toccò nel 1965 con la pubblicazione di A Love Supreme. Registrato nel dicembre del 1964 dopo un periodo di profonda crisi personale e spirituale da cui era uscito purificato, l’album è una suite in quattro parti (Acknowledgement, Resolution, Pursuance, Psalm) concepita come un’intensa offerta di ringraziamento a Dio.
In questo capolavoro, Coltrane fonde la modalità del jazz, la tensione espressiva del blues e l’apertura formale del Free Jazz. Nel quarto movimento (Psalm), Coltrane arriva a “recitare” letteralmente con il suo sassofono le parole di una poesia da lui scritta e stampata sulle note di copertina del disco, facendo combaciare ogni sillaba del testo con una nota del suo strumento.
Negli ultimi anni di vita, prima della sua prematura scomparsa a soli 40 anni nel 1967, Coltrane si spinse sempre più addentro ai territori dell’avanguardia radicale (con album come Ascension e Interstellar Space), lasciando un’eredità artistica e morale immensa: l’idea che la musica sia un canale d’amore universale capace di travalicare i generi, le culture e il tempo stesso.
3. Gli anni Settanta: la svolta elettrica e la Jazz Fusion
Mentre il jazz d’avanguardia esplorava territori sempre più complessi, la musica popolare giovanile degli anni ’60 e ’70 venva travolta dall’esplosione del Rock, del Funk e del R&B. Gli stadi e i grandi festival si riempivano di giovani attratti dalle chitarre elettriche e dai ritmi incalzanti.
Ancora una volta, fu Miles Davis a intuire che il jazz non poteva rimanere chiuso nei soliti club acustici.
L’impatto di Bitches Brew
Nel 1969, Miles Davis incide Bitches Brew, inserendo nella sua formazione strumenti elettrici (pianoforti elettrici Fender Rhodes, chitarre distorte, basso elettrico) e ritmiche d’ispirazione funk/rock. È la nascita ufficiale della Jazz Fusion (o Jazz Rock).
Dalle costole dei gruppi di Miles Davis nacquero le più grandi formazioni Fusion degli anni ’70:
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Weather Report: Fondati dal tastierista Joe Zawinul e dal sassofonista Wayne Shorter (a cui si unì il rivoluzionario bassista elettrico Jaco Pastorius), crearono un suono globale che univa jazz, rock e World Music, raggiungendo vette di popolarità clamorose con brani come Birdland.
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Headhunters di Herbie Hancock: Il pianista Herbie Hancock fuse il jazz con i groove travolgenti del funk e l’uso dei sintetizzatori, firmando pietre miliari come Head Hunters (1973).
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Return to Forever di Chick Corea: Un gruppo capace di coniugare il virtuosismo della Fusion con sonorità latine e mediterranee.
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Mahavishnu Orchestra di John McLaughlin: Guidata dal chitarrista inglese McLaughlin, unì la velocità del jazz alla potenza del rock psichedelico e alle scale della musica classica indiana.
4. Il ritorno alle radici e la globalizzazione del Jazz (Anni ’80 e ’90)
Negli anni Ottanta, di fronte alla proliferazione di sonorità elettroniche e pop, si assiste a una reazione neo-classica guidata da giovani talenti come il trombettista Wynton Marsalis. Marsalis sostenne la necessità di riscoprire il valore storico e acustico del grande repertorio jazz (da Ellington a Parker), portando il jazz all’interno di istituzioni prestigiose come il Lincoln Center di New York.
Contemporaneamente, il jazz completava il suo processo di globalizzazione. Non era più una musica esclusivamente americana:
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In Europa, etichette come la tedesca ECM (fondata da Manfred Eicher) svilupparono un “suono europeo” più meditativo, lirico e spazioso, lanciando artisti straordinari tra cui il pianista Keith Jarrett (celeberrimo il suo The Köln Concert), il sassofonista norvegese Jan Garbarek e molti talenti italiani.
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In Italia, la scena jazzistica è diventata tra le più vive e apprezzate al mondo, con maestri riconosciuti a livello internazionale come Enrico Rava, Stefano Bollani, Paolo Fresu e Roberto Gatto.
5. Il Jazz oggi: un linguaggio senza confini
Arrivati al ventunesimo secolo, definire cosa sia il “jazz” è diventato un compito stimolante e complesso. Il jazz contemporaneo non è un singolo stile, ma un attitudine aperta a 360 gradi.
Oggi assistiamo a una straordinaria e ricca convivenza di linguaggi:
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Nuove contaminazioni con l’Hip-Hop e l’Electronic: Artisti come il sassofonista Kamasi Washington, il polistrumentista Thundercat, il pianista Robert Glasper e il batterista Makaya McCraven stanno riempiendo i festival di tutto il mondo portando il jazz a contatto con l’hip-hop, l’R&B contemporaneo e le produzioni da studio.
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Sperimentazione e Virtuismo: Generazioni di giovani polistrumentisti (come Jacob Collier) spingono la complessità armonica e ritmica a livelli mai visti prima, condividendo la propria musica attraverso le piattaforme digitali.
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La dimensione dal vivo: Oggi più che mai, la vera essenza del jazz risiede nell’esperienza dal vivo. I festival di tutto il mondo e le rassegne locali sono il luogo in cui questa musica continua a respirare, rinascere e trasformarsi ogni sera sul palco.
Perché il jazz continua a parlarci
In oltre un secolo di storia, il jazz ha dimostrato che una tradizione musicale non si conserva chiudendola in un museo, ma lasciandola libera di cambiare.
Dalle strade polverose di New Orleans alle sale da concerto europee, dai club sotterranei di Harlem ai palchi dei festival estivi contemporanei, il jazz rimane fedele alla sua promessa originaria: essere un dialogo aperto tra le persone, basato sull’ascolto reciproco, sulla libertà d’espressione e sulla bellezza dell’imprevisto.
3 Album/Ascolti consigliati per iniziare
Per completare il percorso attraverso il jazz contemporaneo e le sue avanguardie:
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John Coltrane – A Love Supreme (1965)
Il vertice dell’espressività e della ricerca spirituale nel jazz degli anni Sessanta.
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Weather Report – Heavy Weather (1977)
Il capolavoro della Jazz Fusion: virtuosismo, melodia e ritmi travolgenti.
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Kamasi Washington – The Epic (2015)
Il disco che ha riportato il jazz al centro della cultura musicale contemporanea, unendo orchestre, cori e groove moderni.

